Ti racconto la Messa - 1

“Nel giorno chiamato del Sole, ci raccogliamo in uno stesso luogo, dalla città e dalla campagna, e si fa la lettura della memoria degli Apostoli e degli scritti dei Profeti, fino a che il tempo lo permette. Quando il lettore a terminato chi presiede la riunione tiene un discorso per esortare all’imitazione di questi buoni esempi, poi tutti insieme ci leviamo e innalziamo preghiere; indi cessate le preci, si reca pane e vino e acqua; e il capo della comunità nella stessa maniera eleva preghiere e ringraziamenti con tutte le sue forze, e il popolo acclama, dicendo “AMEN”. Quindi si fa la distribuzione e la spartizione a ciascuno degli elementi consacrati e se ne manda per mezzo dei diaconi anche ai non presenti. I facoltosi e volenterosi spontaneamente danno ciò che vogliono; e  quanto raccolto e consegnato al capo della comunità, il quale soccorre gli orfani, le vedove e i poveri…”

Questo racconto risale all’anno 150 e appartiene al filosofo e martire cristiano Giustino di Antiochia che per la prima volta ci dà una descrizione compiuta della celebrazione della Messa come si svolgeva a Roma e in altre parti della Chiesa.

Quest’anno, in questo foglio parrocchiale, cercherò di raccontarvi quanto celebriamo ogni domenica. Intanto comprendiamo che quello che noi  celebriamo viene da molto lontano e vale la pena che ne approfondiamo la conoscenza per una partecipazione sempre più consapevole e attiva.

IL PARROCO      

 

Ti racconto la Messa  – 2

I Nomi della Messa

Nella storia la “messa” è stata chiamata con diversi nomi:

a)     Cena del Signore”: così S. Paolo la chiama scrivendo alla comunità cristiana di Corinto. Questo nome ci ricorda che essa è un pasto, un banchetto, presieduto da Cristo Signore al quale noi siamo invitati. Al momento della comunione il sacerdote, infatti, proclama: “Beati gli invitati alla Cena del Signore!”

b)    Frazione del Pane”: è un nome originale del nuovo culto dei cristiani. Spezzare il pane e distribuirlo è già un gesto di dono. La frazione del pane è un rito conviviale, divenuto poi rito della liturgia eucaristica. Esso manifesta l’offerta della vita che Gesù ha dato per noi “spezzandola” sulla Croce. Noi la domenica siamo riuniti attorno a Lui per celebrare nella gioia della fede il Suo sacrificio.

c)     Eucaristia” o “Celebrazione Eucaristica”: La parola “Eucaristia”, che vuol dire “Ringraziamento”, compare alla fine del I secolo, ed esprime il rendimento di grazie della Comunità Cristiana al Padre per il dono del Figlio Suo Gesù all’umanità nei segni del pane e del vino.

d)    Messa”: è il nome più ricorrente per designare la celebrazione eucaristica dal VI secolo in poi. Viene dal latino missa e vuol dire invio, congedo. Il riferimento è senz’altro al momento in cui anticamente si congedavano i catecumeni dopo la liturgia della Parola e oggi al momento del congedo finale. Questo nome però assume un senso missionario: dall’Eucaristia, il Cristiano attinge la forza per essere mandato al mondo per annunziare la morte e la resurrezione di Gesù.   

 

Ti racconto la Messa  – 3

L’Assemblea Celebrante

La liturgia è azione del popolo di Dio. Azione comune, corale, la cui efficacia dipende in gran parte dall’apporto di ognuno.

Come in un dramma – e la liturgia è vero “dramma”, nel senso etimologico e proprio di azione prescritta, comandata, dal greco drao, eseguire -, ogni attore (ministro) deve conoscere e saper svolgere bene la propria parte (ministero, ufficio).

Dal concorso delle diverse competenze deriverà la maggior o minore efficacia dell’atto celebrativo. Sempre più esplicitamente, negli ultimi anni, i documenti del magistero parlano dell’assemblea come “vero soggetto” e “protagonista di ogni celebrazione” e riconoscono la centralità del suo ruolo.

Ma l’assemblea liturgica non è folla, un assembramento di persone che assistono a un rito ognuno per proprio conto, come spettatori distaccati. 

Essa è invece una realtà viva, sacramentale, simbolica, icona della Chiesa orante, corpo mistico di Cristo, organismo articolato e complesso, con molte funzioni e con molti servizi. La Chiesa chiama questi servizi o funzioni con il termine di “ministeri”.

Essi sono molti perché molte sono le esigenze di un’assemblea e ricco di doni è lo Spirito che li suscita. Gerarchicamente costituita e generosamente dotata di carismi, la Chiesa, popolo di Dio, vive la sua natura regale, sacerdotale e profetica accogliendo i doni dello spirito ed esercitandone i diversi ministeri.

Fedeli, ministri, presidente, integrandosi nella loro complementare diversità, costituiscono l’unità del corpo di Cristo che è la Chiesa, qui e ora convocata in assemblea per offrire a Dio il culto perfetto di coloro che in Cristo sono stati redenti e in lui cercano e da lui sperano la salvezza.

 

Ti racconto la Messa  – 4

Se siamo Assemblea Eucaristica…tiriamo alcune conseguenze:

ü    Preparati a celebrare l’Eucaristia insieme a tutta la comunità;

ü    Per prima cosa è bello arrivare in orario, anzi, qualche minuto prima, così hai la possibilità di prepararti, puoi procurarti il messalino domenicale, il libro dei canti, salutare le persone vicine con le quali puoi scambiare qualche parola: l’assemblea è fatta di persone che hanno un nome e cercano di conoscersi;

ü    Comincia a prendere consapevolezza che i tuoi gesti: stare in silenzio, sedersi, alzarsi, ascoltare, cantare, muoversi in processione sono azioni liturgiche, sacerdotali e vanno fatte con dignità, insieme a tutta l’assemblea; Ricordati che sei Concelebrante

ü    Ricordati di spegnere il cellulare;

ü    Evita di masticare gomma in Chiesa;

ü    Quando entra il Sacerdote, nell’assemblea, partecipa con gioia al canto. Il canto infatti è un’altra forma bella di preghiera;

ü    Partecipa con voce chiara al dialogo con il Presidente dell’Assemblea Eucaristica. Ricordati che sei Concelebrante.

 

Ti racconto la Messa  – 5

Struttura generale della Messa

Nella Messa o Cena del Signore, il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico. Per questo raduno locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: “Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Infatti nella celebrazione della Messa, nella quale si perpetua il sacrificio della croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e in modo sostanziale e permanente sotto le specie eucaristiche del pane e del vino.

La Messa è costituita da due parti, la “Liturgia della Parola” e la “Liturgia eucaristica”; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto. Nella Messa, infatti, viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo, e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro.  

(Dall’Ordinamento Generale del Messale Romano)

 

Ti racconto la Messa  – 6

Riti di Introduzione – Introito e Saluto 

I riti che precedono la Liturgia della Parola o ingresso del Celebrante, cioè l’introito, il saluto, l’atto penitenziale, il Signore Pietà (Kyrie eleison), il Gloria e l’orazione (o colletta), hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’Eucaristia.

L’Introito (= Ingresso)

Quando il popolo è radunato, mentre il Sacerdote fa il suo ingresso con i ministri, si inizia il canto d’ingresso. La funzione propria di questo canto è quella di dare inizio alla celebrazione, favorire l’unione dei fedeli riuniti, introdurre il loro spirito nel mistero del tempo liturgico o della festività, e accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri.

Saluto all’altare e al popolo radunato

Giunti in presbiterio, il sacerdote e i ministri salutano l’altare con un profondo inchino. Quindi, in segno di venerazione, il sacerdote lo bacia e secondo l’opportunità, incensa la croce e l’altare.

Terminato il canto d’ingresso, il sacerdote, stando in piedi alla sede, con tutta l’assemblea si segna col segno della croce. Poi il sacerdote con il saluto annunzia alla comunità radunata la presenza del Signore. Il saluto sacerdotale e la risposta del popolo manifestano il mistero della Chiesa radunata.

 (Dall’Ordinamento Generale del Messale Romano

 

Ti racconto la Messa  – 7

Riti di Introduzione

Atto Penitenziale – Kyrie Eleison – Gloria – Colletta

Atto Penitenziale

Dopo il saluto il sacerdote invita all’atto penitenziale, che, dopo una breve pausa di silenzio, viene compiuto da tutta la comunità mediante una formula di confessione generale, e si conclude con l’assoluzione del sacerdote, che tuttavia non ha lo stesso valore del sacramento della Penitenza. La domenica, specialmente nel tempo pasquale, in circostanze particolari, si può sostituire il consueto atto penitenziale, con la benedizione e l’aspersione dell’acqua in memoria del Battesimo.

 Kyrie eleison(=Signore, pietà)

Dopo l’atto penitenziale ha sempre luogo il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e il coro o un cantore.

 Gloria

Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello. Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in celebrazioni di particolare solennità.

 Colletta

Poi il sacerdote invita tutto il popolo a pregare e tutti insieme con lui stando per qualche minuto in silenzio, per prendere coscienza di essere alla presenza di Dio e poter formulare nel cuore le proprie intenzioni di preghiera. Quindi il sacerdote dice l’orazione, chiamata comunemente <<colletta>>(perché raccoglie tutte le nostre intenzioni di preghiera – dal latino colligere), per mezzo della quale viene espresso il carattere della celebrazione. Per antica tradizione della Chiesa, l’orazione colletta è abitualmente rivolta al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo e termina con la conclusione trinitaria.

Il popolo, unendosi alla preghiera, fa propria l’orazione con l’acclamazione  Amen.

(Dall’Ordinamento Generale del Messale Romano)

  

Ti racconto la Messa  – 8

LA LITURGIA della PAROLA 

Le letture scelte dalla Sacra Scrittura con i canti che le accompagnano costituiscono la parte principale della Liturgia della Parola; l’omelia, la professione di fede e la preghiera universale o preghiera dei fedeli sviluppano e concludono tale parte. Infatti nelle letture, che vengono poi spiegate nell’omelia, Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli. Il popolo fa propria questa Parola divina con il  silenzio e i canti, e vi aderisce con la professione di fede. Così nutrito, prega nell’orazione universale per la necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero.

 Il Silenzio

La Liturgia della Parola deve essere celebrata in modo da favorire la meditazione ; quindi si deve assolutamente evitare ogni forma di fretta che impedisca il raccoglimento. In essa sono opportuni anche brevi momenti di silenzio, adatti all’assemblea radunata, per mezzo dei quali, con l’aiuto dello Spirito Santo, la parola di Dio venga accolta nel cuore e si prepari la risposta con la preghiera. Questi momenti di silenzio si possono osservare, ad esempio, prima che inizi la stessa Liturgia della Parola, dopo la prima e la seconda lettura, e terminata l’omelia.

La Parola di Dio viene annunciata dall’Ambone, che dal verbo greco “Ana-baino” (=Salire)  indicherebbe quindi un luogo elevato, dove si sale.

(cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano) 

 

Ti racconto la Messa – 9

Liturgia della Parola - L’ambone luogo dell’annuncio della bella notizia

“L’importanza della Parola di Dio esige che vi sia nella Chiesa un luogo adatto dal quale essa venga annunciata, e verso il quale, durante la Liturgia della Parola, spontaneamente si rivolga l’attenzione dei fedeli. Conviene che tale luogo generalmente sia un ambone fisso e non un semplice leggio mobile. L’ambone, secondo la struttura di ogni chiesa, deve essere disposto in modo tale che i ministri ordinati e i lettori possano essere comodamente visti e ascoltati dai fedeli. Dall’ambone si proclamano esclusivamente le letture, il salmo responsoriale e il preconio pasquale; ivi inoltre si possono proferire l’omelia e le intenzioni della preghiera universale o preghiera dei fedeli. La dignita dell’ambone esige che ad esso salga il ministro della Parola. E’ conveniente che il nuovo ambone sia benedetto, prima di essere destinato all’uso liturgico, secondo il rito descritto dal Rituale romano

(cfr.Ordinamento generale del Messale Romano)

 

Ti racconto la Messa – 10

 Il Credo nella Celebrazione Eucaristica.

<<Credo in un solo Dio>>: così ha inizio in tutte le messe domenicali e solenni la comune professione di fede.

Il simbolo o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla parola di Dio, proclamata nella lettura della sacra Scrittura e spiegata nell’omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula approvata per l’uso liturgico, torni a meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’eucaristia. (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano)

La recita del Credo, dunque, è il momento in cui l’intera assemblea proclama con forza la propria fede. Per la sensibilità popolare, inoltre, il Credo, ha un forte valore emotivo e simbolico: è l’affermazione dell’unicità della fede nelle diverse comunità cristiane.

Il Credo è quasi un condensato della fede cristiana. Il primo Credo, cristiano fu pronunciato dal cieco nato al Signore che, dopo averlo guarito, gli chiedeva: <<Tu credi nel Figlio dell’Uomo?>>, quegli rispose: <<Io credo, Signore!>> (Gv 9,35.38). Così pure, al momento del battesimo, colui che battezzava chiedeva: <<Credi in Dio padre onnipotente? Credi in Gesù Cristo? Credi nello Spirito Santo?>>. A ogni domanda il catecumeno rispondeva: <<Credo>>. Sono le domande che, ancora oggi, il celebrante rivolge durante la celebrazione del battesimo e al momento della rinnovazione delle promesse battesimali durante la veglia pasquale.

Il Credo ha, quindi, un’origine liturgica, battesimale.

Ti racconto la Messa  – 11

La Preghiera Universale O Dei Fedeli

Dopo l’omelia o la professione di fede, il popolo risponde in certo modo alla parola di Dio accolta con fede e, esercitando il proprio sacerdozio battesimale, offre a Dio preghiere per la salvezza di tutti. E’ conveniente che nelle Messe con partecipazione di popolo vi sia normalmente questa preghiera, nella quale si elevino suppliche per la santa Chiesa, per i governanti, per coloro che portano il peso di varie necessità, per tutti gli uomini e per la salvezza di tutto il mondo.

 (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano)

 

Questa preghiera viene chiamata, comunemente, “preghiera dei fedeli”, non perché sia prerogativa dei laici, in contrapposizione al clero, ma perché realizza un diritto-dovere di tutti i battezzati, quello di continuare in se stessi il sacerdozio di Cristo, facendosi mediatori tra Dio e il mondo appunto con la preghiera di supplica e d’intercessione. Ma si chiama anche “preghiera universale”, perché tale deve essere, senza chiudersi nel ristretto orizzonte del singolo o del gruppo celebrante. Il suo stile e il suo spirito sono di pregare per e con gli altri. E’ insieme, segno e impegno di solidarietà con la comunità dei credenti e con tutta l’umanità. Quello che, insieme, chiediamo a Dio, poi, impegna ciascuno nella stessa direzione.

La preghiera d’intercessione, però, non è un fare a “scaricabarile” con Dio: è precisa consapevolezza e assunzione delle proprie responsabilità. Non è “dare ordini” a Dio, metterlo a corrente dei nostri problemi, dirgli cosa e come dovrebbe fare in questo o quel caso che ci sta a cuore. E’, invece, umile riconoscimento dei propri limiti, espressione di carità per i fratelli, manifestazione di fiducia in Dio anche nell’angoscia della sofferenza, che, in tanti modi, travaglia il mondo.

In sintesi, la preghiera dei fedeli deve essere “il grande respiro del corpo ecclesiale, il quale, professata la propria fede, con adesione alla parola di Dio, prende il mondo nelle sue mani per presentarlo al  Padre”.
 

Ti racconto la Messa  – 12

La preparazione e la presentazione del Pane e del Vino

Quando parliamo del rito di “offertorio”, usiamo, purtroppo, un termine non appropriato. Più correttamente, i riti che seguono la preghiera dei fedeli, vanno denominati “preparazione e presentazione del pane e del vino”. Il Messale Romano, quando si riferisce al rito della presentazione dei doni, omette del tutto i termini “offerta” e “offertorio”. Si vuole aiutare i fedeli a capire che l’unica vera offerta che si fa a Dio nella messa è la morte sacrificale del Signore, così come viene espressa nella preghiera eucaristica, e da tale offerta nulla deve distrarre l’attenzione: “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, noi ti offriamo, o Padre, il sacrificio di riconciliazione, che egli ci ha lasciato come pegno del suo amore”(Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II). L’offerta del sacrificio di Cristo non può essere autentica se non fa sì che coloro che partecipano alla celebrazione, “riuniti in un solo corpo dallo Spirito Santo, diventino offerta viva in Cristo a lode di Dio Padre (Preghiera Eucaristica IV).

 

Ti racconto la Messa - 18

 Osiamo dire: “Padre nostro” – 1

 La presenza del Padre nostro nella celebrazione eucaristica non deve sorprendere: è la tipica preghiera della comunità cristiana, insegnata e consegnata da Gesù ai suoi discepoli. E’ come un testamento del Signore- per questo è detta “orazione domenicale”, cioè preghiera del Signore-.

Là dove la comunità dei credenti si raduna intorno alla mensa del Signore è normale che si invochi Dio chiamandolo “padre”, ripetendo la preghiera del Signore.. E questo avviene fin dalle origini della chiesa, in tutte le liturgie cristiane.

 Uno solo è il Padre vostro

Il Padre nostro ci è pervenuto secondo una duplice tradizione, quella di Matteo e quella di Luca. La liturgia ha scelto la versione di Matteo. Si divide in sette invocazioni; le prime tre riguardano Dio: il suo nome, il suo regno, la sua volontà. Sia santificato il tuo nome! Venga il tuo regno! Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra!

Le quattro invocazioni che seguono riguardano l’uomo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Rimetti a noi i nostri debito come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Non ci indurre in tentazione. Liberaci dal male (dal maligno).

Il messaggio della” preghiera del Signore”  è questo: secondo la volontà esplicita di Gesù , Dio vuole essere invocato come Padre. Gesù stesso si rivolgeva a Dio con questo nome di tenerezza: “Abbà, Padre!”. La “preghiera del Signore” non è la domanda dei servi ad un padrone, ma la preghiera dei figli al loro padre. Osare pronunciare l’invocazione “padre”  è prendere coscienza che si è figli: solo i figli possono dire “padre”, perché “uno solo è il Padre vostro quello del cielo”.

Questo rivolgersi al Padre caratterizza non solo le sette invocazioni del Padre nostro, ma caratterizza, allo stesso modo, ogni altra preghiera.

(cfr . E’ domenica! Andiamo a messa)

Ti racconto la messa – 19

Osiamo dire: “Padre nostro” – 2

Il padre nostro nella celebrazione eucaristica

La “preghiera del Signore” si trova inserita, come perla preziosa, in una degna cornice. E’ collocata dopo la grande preghiera eucaristica, recitata sopra i santi doni , come preghiera comune di preparazione alla comunione. La testimonianza più antica del Padre nostro nella liturgia eucaristica si trova, sembra in Sant’Ambrogio. In quell’epoca era collocata nei riti della Comunione . E’ probabile che la presenza del Pater al centro della liturgia eucaristica si sia generalizzata solo progressivamente. E’ possibile che sia stata la domanda del pane quotidiano a motivare questa inserzione.

La domanda, nel suo senso letterale, indica non solo il pane della terra, ma anche i beni spirituali.

Oggi, l’Ordinamento generale  del Messale Romano, così descrive il Padre nostro all’interno della messa: “Nella preghiera del Signore si chiede il pane quotidiano, nel quale i cristiani scorgono un particolare riferimento al pane eucaristico e si implora la purificazione dei peccati, così che realmente i santi doni vengono dati ai santi”

Il rapporto con la comunione

Il rapporto del Padre nostro con la comunione eucaristica è molto esplicito per il momento in cui viene recitato e per le sue domande “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo………”

Con il Padre nostro iniziano i riti di comunione: è la preghiera per la mensa eucaristica. La domanda del pane, come abbiamo accennato, è stata interpretata da tutta la tradizione antica con la richiesta del pane eucaristico, di Cristo pane di v ita, senza con questo escludere il pane materiale.

Il pane eucaristico è, infatti, indispensabile per la vita eterna (Gv.6,51). Si può ricordare a questo proposito, Sant’Ambrogio che lo chiama “pane soprasostanziale” e invita a riceverlo ogni giorno. Partecipando all’unico pane siamo spinti a condividere il pane quotidiano con i bisognosi e a saziare ogni affamato.

 

Ti racconto la messa – 20

Osiamo dire: “Padre nostro – 3

Essere degni per la mensa del Signore

“Rimetti a noi i nostri debiti”. La domanda per la remissione dei peccati, con l’affermazione che noi siamo pronti a perdonare, è considerata un vero atto penitenziale per una degna comunione, un mezzo per ottenere il perdono dei peccati quotidiani. Si chiede e si concede il perdono. La riconciliazione con Dio e con i fratelli è la condizione assoluta per partecipare debitamente alla mensa eucaristica. Lo scambio della pace ne sarà il suggello.

Il carattere ecclesiale

Dobbiamo convincerci del carattere comunitario ecclesiale della preghiera del Signore. Vi predomina il pronome noi, mai io, e l’aggettivo nostro. E’ la preghiera quotidiana dei discepoli di Gesù (essa viene recitata 3 volte al giorno:nella messa, a lodi e a vespro) tanto che l’invocazione “Abbà –Padre mio” è diventata”Padre nostro”. Si prega assieme agli altri fratelli di fede, se presenti, o in comunione con loro, se assenti. Ci si inserisce nell’invocazione corale della chiesa intera.

Il carattere battesimale

Il carattere ecclesiale della preghiera si fonda sul battesimo, mediante il quale siamo resi figli di Dio e fratelli in Cristo. Così Gesù ci associa a sé e ci autorizza a invocare dio come egli stesso l’ha invocato “Abba”, parola aramaica che significa papà, babbo, padre mio. Noi “osiamo dire” abbiamo questo coraggio perché Gesù ce l’ha comandato, perché, battezzati, siamo entrati a far parte della famiglia di Dio. Il Padre nostro veniva “consegnato “ agli adulti che si preparavano al battesimo perché lo imparassero a memoria e poi lo “riconsegnassero”, recitandolo prima del battesimo alla comunità riunita. Nel battesimo dei bambini viene recitato dai presenti. Perciò recitando il Padre nostro, nella messa siamo richiamati alla nostra dignità, onore e impegno, di figli di Dio, di battezzati. Queste poche righe non  hanno certo la pretesa di costituire una spiegazione esauriente del Padre nostro. Sono soltanto un invito a non maltrattare la preghiera del Signore, molte volte recitata senza pensarci troppo. Forse perché la tentazione, inconscia, è quella di credere troppo poco alle cose che diciamo mentre preghiamo.

 

Ti racconto la Messa – 21

“Tuo è il regno” – 1

Il Padre nostro pregato nella Messa è seguito da uno sviluppo che parte dall’ultima domanda: “Ma liberaci dal male”. Si chiama embolismo (dal greco en-bòilen:” mettere in” o “collocare fra”) cioè uno sviluppo letterario a partire da un testo.

“Liberaci, Signore da tutti i mali”

Nella Liturgia, l’embolismo è la preghiera che segue il Padre nostro: “Liberaci, o Signore da tutti i mali” Questa preghiera sembra che risalga ai tempi di San Gregorio Magno e che sia stata introdotta nel messale romano nel VI sec.. Suona così: “Liberaci o Signore da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e, con l’aiuto della tua misericordia, vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore  Gesù Cristo.”

Essa si presenta come un collegamento fra l’orazione domenicale e il rito della pace. La Chiesa supplica perché  la misericordia di Dio liberi i fedeli dai legami del peccato. La celebrazione dell’eucaristia è il pegno più sicuro della vera liberazione, perché mette a nostra disposizione il sacrificio redentore di Gesù.

“Nell’attesa che si compia la beata speranza”

La conclusione dell’embolismo ha una risonanza escatologica, cioè rivolge il nostro pensiero agli ultimi tempi. Chiediamo la sicurezza di fronte a tutto ciò che potrebbe turbare la pace: “sicuri da ogni turbamento”. I credenti che vivono nella santa attesa della venuta del loro Signore, non rimarranno sorpresi, ma conserveranno tranquillità e sicurezza. E’ questo il senso delle ultime parole che si ispirano alla lettera di san Paolo a Tito: “Nell’attesa della beata speranza e della manifestazione (parusìa) della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo, il quale ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone”, Questa è la vera liberazione promessa a coloro che sono diventati con Cristo i figli amatissimi del Padre: essa conduce al suo regno e alla sua gloria, come canta l’acclamazione che segue.

 

Ti racconto la Messa – 22

“Tuo è il regno” – 2

L’embolismo che continua il Padre nostro, termina con una dossologia (parola di gloria): “Tuo è il regno, tua è la potenza e la gloria nei secoli”. Gli studiosi la fanno risalire al II o addirittura al I secolo e la si trova ripetuta spesso nel testo della Didachè, che appartiene a quel periodo. In essa viene riportata una preghiera eucaristica, cioè una preghiera di ringraziamento, totalmente riferita a Cristo e al sacrificio da Lui istituito che è certamente una delle primissime preghiere eucaristiche. Comincia così: “raduna dai quattro venti questa chiesa santificata nel regno che le hai preparato. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli! Amen”. Questa formula fu inserita in certi manoscritti del Vangelo di Matteo, subito dopo il Padre nostro, probabilmente verso il II sec., ad Antiochia. Si può semplicemente constatare come questa formula non faccia che riprendere alcune dossologie presenti nella Scrittura. Davide. Dopo aver fatto i preparativi per la costruzione del tempio, pronuncia questa benedizione: “Sii benedetto, Signore Dio di Israele, nostro padre, ora e sempre. Tua, Signore è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore  e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo. Signore tuo è il regno; tu ti innalzi sovrano su ogni cosa” (1 Cor. 29,10-119. I brani biblici dove è possibile trovare questa lode a Cristo si trovano soprattutto nell’Apocalisse. Chi la esamina, nota immediatamente che il nostro “Tuo è il regno” non è l’unica forma e neppure la più appariscente. All’inizio dell’Apocalisse troviamo un testo affine: “A lui la gloria e la potenza nei secoli Amen”. Nell’apertura dei sette sigilli risuona la lode:”Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza”. Gli eletti cantano all’Agnello inni simili:”L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere ricchezza e potenza,sapienza e forza,onore, gloria e benedizione. All’Agnello lode, onore, gloria e potenza nei secoli dei secoli”; o anche: “Noi ti rendiamo grazie, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai messo mano alla tua grande potenza, e hai istaurato il tuo regno”. E ancora si acclama: “Amen, lode, forza, sapienza, azione di grazia, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen”.

 

Ti racconto la messa – 23

“Il segno della pace” – 1

Molti considerano il segno della pace un segno falso, un formalismo,o nel migliore dei casi, un gesto che provoca disagio. Queste sensazioni non sono nuove: una indagine promossa dalla Conferenza Episcopale italiana nel 1984 le metteva in luce. Bisogna, tuttavia, sottolineare che la maggioranza dei cristiani afferma che lo scambio del segno di pace durante la messa spinge a sentirsi più fratelli. Di fatto sottolineava con spirito d’osservazione il liturgista Domenico Mosso nel volumetto La Messa e il Messale l’arte di celebrare bene, in giro si vede un po’ di tutto: chi lo fa, chi non lo fa, chi si scambia una parola e un sorriso, chi si stringe la mano,chi si abbraccia e bacia con edificante slancio di carità, chi si degna appena di accennare un lieve cenno del capo, senza mutare espressione in volto, chi rimane imbarazzato senza sapere cosa fare, chi sta fermo al suo posto, chi va in giro per tutta la chiesa. L’ordinamento generale del messale romano, a proposito del segno di pace, dice che: “spetta alle Conferenze episcopali stabilire il modo di compiere questo gesto di pace secondo l’indole e le usanze dei popoli. Conviene, tuttavia, che ciascuno dia la pace  soltanto a chi sta più vicino”.

“Vi lascio la pace vi do la mia pace”

Il segno della pace è una cosa seria Non tanto il gesto in sé, qualunque sia, ma ciò che quel gesto deve significare. Non dovremmo dimenticare che il segno della pace è concesso con la preghiera che il sacerdote recita poco prima, in cui ricorda le parole di Gesù agli apostoli: “Vi lascio la pace vi do la mia pace”. Questa preghiera rivolta a Gesù, teologicamente e spiritualmente molto densa  viene pronunciata dal sacerdote a nome dell’assemblea ad alta voce per chiedere il dono della pace e dell’unità. E’ come se la Chiesa volesse prendere il Signore dal lato del sentimento, perché gli ricorda le sue stesse parole agli apostoli: “ Non si tratta di parole banali! “Vi lascio la pace vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” . La pace è il condensato di tutti i beni . per i cristiani è il dono messianico per eccellenza, perché Gesù, “ha rappacificato con il sangue  della sua croce” tutte le cose (Col. 1,20) e la pace è il suo primo e ripetuto saluto ai discepoli nel giorno di Pasqua. Già alla nascita  di Gesù  la pace viene annunciata dagli angeli; essa è il dono per eccellenza della sua incarnazione per la nostra salvezza: “Gloria a Dio nel più alti dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc.2,14). Dunque, in questa bellissima preghiera, il sacerdote ha chiesto a Gesù Cristo il dono della sua pace. Poi, in nome suo,può augurarla a tutta l’assemblea: “La pace del Signore sia sempre con voi”.

 

Ti racconto la messa – 31

“La musica ed il canto nella liturgia”-2

Un popolo che canta

“Il popolo cristiano è un popolo che canta” ha scritto il liturgista Pospero Gueranger. E’ impossibile immaginare il popolo cristiano senza canto. Gli operatori pastorali sanno che fare cantare certe assemblee liturgiche è una vera e propria sfida, e sono consapevoli di quanto sia difficile decidere quando e che cosa cantare in una celebrazione. Spesso, programmare il canto per una celebrazione liturgica è fonte di ansia. Fra i partecipanti all’assemblea liturgica si evidenzia, a volte, un atteggiamento di accettazione passiva.

Fonte di gioia

Nella vita quotidiana, possiamo facilmente constatare come la musica e il canto siano legate alla festa, qualsiasi festa; sono un modo privilegiato per esprimere, la comunione e sono fonte di gioia. Quanto più cantiamo, tanta maggiore gioia proveremo, ma, soprattutto, quanto più ci concentreremo e con quanta maggiore letizia e disciplina canteremo, tanto maggiore sarà la benedizione che si rifletterà da questo canto in comune su tutta la nostra vita comunitaria. In questo canto in comune si sente la voce della chiesa intera : non canto io, ma la chiesa, e io, come membro della chiesa, partecipo al suo canto. Perciò, ogni canto in comune fatto come si deve servirà ad allargare l’orizzonte spirituale, a riconoscere che la nostra piccola comunità fa parte della cristianità sparsa su tutta la terra e a inserirci gioiosamente, con il nostro canto debole o bello che sia, nel canto di tutta la chiesa. Il canto liturgico, allora, non è questione di gusti. Non si canta qualcosa semplicemente perché piace o perché è bello, ma perché il canto provoca qualcosa. Cantare nelle liturgie è un gesto simbolico, probabilmente uno dei più significativi ed efficaci, perché il suo parole non deriva dalle parole e dalla musica, ma, in primo luogo,, dall’evento che lo ispira e dal contesto liturgico in cui si colloca. E’ l’elemento che fa cantare. Ecco se il canto non diventa”spirituale”, se non è messo al servizio dello spirito che sta operando nell’assemblea, per l’assemblea e con l’assemblea, rimane solo un “riempitivo”. E’ necessario che il canto entri nel dinamismo dello spirito e produca quello che lo spirito chiede, a partire dall’evento celebrato. Tuttavia, se ci rendiamo conto dell’importanza del canto quale forma privilegiata della partecipazione attiva alla celebrazione liturgica, non mancheremo di trovare i mezzi adatti per fare delle nostre assemblee comunità vibranti nelle quali la fede, la gioia e l’azione di grazia trovano la loro espressione più spontanea nel canto.